Giuseppe Brotzu
Negli anni '30 a Cagliari, era tradizione inaugurare la stagione dei bagni con un tuffo nelle acque del porto il giorno di San Giuseppe (19 marzo). A quel tempo, i collegamenti con il Poetto, l'attuale spiaggia della città, erano difficoltosi, quindi i giovani preferivano il porto di Su Siccu per un tuffo rapido, nonostante le acque di scarico del capoluogo sardo rendessero il tratto di mare poco salubre e pulito. Inoltre, come raccontato dall'assistente di Brotzu, Antonio Spanedda, era consuetudine raccogliere cozze dai sassi nel porto e mangiarle crude. A seguito di questo racconto, Brotzu si chiese come mai nella sua città non si verificassero epidemie significative di malattie infettive intestinali (tifo, paratifo, salmonellosi) nonostante tali abitudini. L'intuizione fu che nelle acque del porto dovessero esserci elementi derivati dai liquami, in grado di contrastare i batteri responsabili delle infezioni. Insieme a Antonio Spanedda, prelevò e analizzò campioni di acqua, rilevando la presenza di miceti. Questi miceti furono coltivati e fatti crescere in condizioni controllate, e le colonie isolate furono successivamente messe a contatto con i batteri responsabili delle infezioni gastrointestinali. Fra tutte le colonie esaminate, fu selezionato il micete Cephalosporium acremonium che mostrava la più alta attività antibatterica. Dal terreno di coltura di questo micete estrassero una sostanza che chiamarono micetina Brotzu, dotata di attività antibiotica, che si dimostrò in seguito essere costituita da tre cefalosporine (P, C e N). Dopo controllo dell’attività antibatterica sugli animali, Brotzu e il suo collaboratore l’assunsero personalmente sia per via sottocutanea che intramuscolo per verificarne la tollerabilità. A partire dal 1947, intraprese la sperimentazione clinica trattando pazienti gravemente malati di tifo, iniziando dai bambini per via delle dosi più basse necessarie e la scarsa disponibilità del farmaco. Seguendo l'esempio della sperimentazione della penicillina, i pazienti ricoverati in ospedale furono trattati con l'antibiotico per via endovenosa, intramuscolare e persino rettale. In poco tempo, questi pazienti guarirono.
Brotzu nel 1948 pubblicò i risultati del suo lavoro sulla rivista dell’Istituto di Igiene di Cagliari, ma ebbe poco riscontro così come vennero respinte le richieste di finanziamento che rivolse alle autorità scientifiche italiane (Ministero della Salute, al Consiglio nazionale delle ricerche e alla Farmitalia).
Pensò di rivolgersi all'estero e contattò Howard Florey (presso l'Università di Oxford), considerato il “padre” della penicillina. Gli inviò un campione della micetina Brotzu, che fu analizzata dal biochimico E.P. Abraham. Abraham studiò il campione, ne estrasse il principio attivo, la cefalosporina C, e brevettò la scoperta a suo nome. Successivamente, la cefalosporina C fu venduta alla casa farmaceutica Eli Lilly, che la mise in commercio.
Solo negli anni '70 fu riconosciuta a Brotzu la paternità scientifica dell'antibiotico. Gli furono conferite la laurea ad honorem in Scienze dall'Università di Oxford, la laurea honoris causa in Farmacia e Scienze dall'Università di Milano, la medaglia d'oro al merito della Sanità e il diploma della National Research Development Corporation.
Fonti / Bibliografia
- G. Brotzu: Ricerche su di un nuovo antibiotico. Lavori dell’Istituto di Igiene di Cagliari, 1948.
- https://www.aboutpharma.com/scienza-ricerca/storia-della-cefalosporina...
- S.Garattini: Gli antibiotici spiegati bene. Edizioni LSWR. 2020
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