Antimicrobico resistenza nelle produzioni animali e agroalimentari: quali rischi per la salute unica?
L’antimicrobico-resistenza è una delle sfide più importanti che attualmente il mondo scientifico affronta per la tutela della salute umana, animale e ambientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la resistenza agli antimicrobici "una delle principali minacce globali per la salute pubblica e lo sviluppo". Alla base del fenomeno dell’antimicrobico resistenza, così come la conosciamo oggi e le cui conseguenze proiettano lunghe ombre di scenari molto preoccupanti, risiedono vari fattori di diversa natura. Da un lato, le strategie di sopravvivenza dei microorganismi, che si replicano ed evolvono per sopravvivere in un mondo dove l’acquisizione di “competenza” ereditabile rappresenta il successo; dall’altro, l’uso improprio da parte dell’uomo delle molecole utilizzate per la loro fondamentale azione microbicida nei confronti di agenti responsabili di malattia, che interessano anche gli animali e le piante. Tale combinazione di fattori mostra di possedere tratti preoccupanti per la nostra salute e il nostro futuro. La progressiva riduzione della disponibilità di molecole efficaci per contrastare le infezioni sostenute dai patogeni resistenti è già un dato di fatto. A fronte di tale drastica riduzione dei mezzi a disposizione per la cura delle infezioni, la lotta all’antimicrobico-resistenza è imperativa e non possiamo concedere che i patogeni multi-resistenti prendano il sopravvento.
La presenza di microrganismi commensali e simbiotici non sono esenti, ma ben più preoccupante è la diffusione dei microrganismi patogeni resistenti. Basti pensare alla loro elevata numerosità ed alla capacità di colonizzare e affermarsi in una varietà di condizioni, aspetti che forniscono una chiave di lettura illuminante del significato della capacità dei ceppi patogeni resistenti ai trattamenti terapeutici nel minacciare la nostra salute. I microorganismi sono ovunque: nel suolo, nelle acque, nell’aria e si può facilmente intendere che viviamo immersi in un abbondante ed invisibile compagnia.
Dal punto di vista adattativo-evolutivo, seppur nella loro semplicità funzionale rispetto alla cellula animale, la vita del singolo microbo svolge spessisimo una vita di colonia, con scambio di “informazioni” e selezioni, da substrati e condizioni, degli individui più adatti a resistere. La capacità di adattamento e la velocità di replicazione sono notevolmente più rapide e più performanti di quanto gli esseri umani o animali o le piante siano stati in grado di fare nel corso delle epoche di storia evolutiva. Il mondo in cui coesistono uomini, animali e piante viaggia sicuramente ad una velocità di gran lunga inferiore rispetto alle capacità di adattamento dei microorganismi, che vincono la gara già sulla linea di partenza.
Seppur non tutti i microorganismi siano un problema, anzi molti di questi svolgono ruoli fondamentali proprio al servizio della produzione di molecole per contrastare i patogeni, la resistenza agli antimicrobici rappresenta invece un enorme problema per il trattamento delle infezioni resistenti di uomo e animali. Ma il campo di azione è molto più ampio, poiché alcune di queste molecole sono usate per il trattamento dei patogeni delle piante. Seppur le malattie delle piante sostenute da batteri siano meno diffuse rispetto alle malattie causate da funghi e virus, gli antimicrobici per il trattamento profilattico delle malattie batteriche delle piante sono certamente più limitati in termini di disponibilità. A questo si associa il fatto che l’utilizzo ai fini terapeutici appaia spesso inefficace. Quando utilizzati, la forma di distribuzione avviene mediate spruzzatura (spray), per lo più in alcune produzioni frutticole ed orticole, dove streptomicina e ossitetraciclina sono le molecole più frequentemente usate. Alla luce dell’impiego in larghe quantità per superfici di trattamento, distribuite specialmente nell’agricoltura di tipo intensivo, si sente la necessità di intensificare il monitoraggio con campionamenti ad hoc con la conduzione di test mirati a verificare la resistenza agli antimicrobici. Si sa di già, infatti, che la resistenza alla streptomicina si è diffusa tra i fitopatogeni batterici isolati da condizioni di campo. Sebbene possa sembrare una prassi recente, in realtà l’impiego degli antimicrobici nelle piante risale sin dagli anni '50 e la preoccupazione ora risiede proprio nel possibile trasferimento dai genomi delle piante ai batteri, con trasferimento orizzontale ai batteri nell'ambiente. È necessario sottolineare che i costi di produzione di molecole antimicrobiche in agricoltura siano un fattore fortemente limitante, poiché l’applicazione richiede elevati costi di sviluppo, e pertanto l’impiego di alternative agli antimicrobici e trattamenti di precisione con agenti di biocontrollo, piante resistenti e nuove molecole sembrano rappresentare un valido contributo al contrasto dell’antimicrobico-resistenza. Ulteriore dato allarmante è la presenza di antimicrobici diffusi in ambiente, che favoriscono l’esposizione dei microorganismi presenti nel suolo e nelle acque, laddove appare ancor più difficile il monitoraggio e valutazione del rischio. Tuttavia, gli sforzi della ricerca e della sorveglianza si stanno orientando proprio in tal senso. In tale direzione, da tempo a livello europeo la messa a bando degli antibiotici promotori di crescita utilizzati fino al 2005 nella pratica alimentare degli animali produttori di alimenti per l’uomo è stata una risposta che ha ridotto drasticamente l’esposizione del mondo agro-zootecnico a dosaggi subliminali di tali molecole, che venivano impiegate non per fini terapeutici ma ai fini produttivi.
La presenza dei microorganismi resistenti ai trattamenti è una realtà e richiede un approccio integrato che risiede in diverse competenze scientifiche e tecnologiche, utile ad arginare questo serio problema per tutelare la salute unica di uomo, animali e ambiente.
Fonti / Bibliografia
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