Infezioni in calo nelle RSA italiane, ma resta alto l'uso di antibiotici ad ampio spettro
Meno infezioni, ma antibiotici ancora fuori controllo. È questo il messaggio che emerge dalla quarta edizione della sorveglianza nazionale HALT (Healthcare Associated infections in Long-Term care facilities), presentata dall'Istituto Superiore di Sanità e condotta nel 2024 nell'ambito del progetto europeo coordinato da ECDC. Lo studio, il più ampio mai realizzato in Italia su questo fronte, ha coinvolto 470 RSA in 18 Regioni e Province Autonome, per un totale di 31.670 residenti osservati — un salto di scala netto rispetto alle 418 strutture della precedente edizione.
Il giorno dell'indagine, 826 residenti presentavano almeno un'infezione correlata all'assistenza, con una prevalenza complessiva del 2,6%, in calo rispetto al 3,9% rilevato nell'edizione 2016-2017. Le infezioni più frequenti restano quelle del tratto urinario (37,8% dei casi) e delle vie respiratorie (33,3%), seguite da quelle cutanee (13,7%). Il dato più atteso, tuttavia, riguarda le resistenze: su 342 microrganismi isolati e testati, il 46,2% è risultato resistente ad almeno una classe di antibiotici. Tra i patogeni più problematici, la Klebsiella pneumoniae mostra tassi di resistenza superiori al 45% verso le cefalosporine di terza generazione.
Solo il 31,2% delle infezioni rilevate è stato indagato con un esame microbiologico: una percentuale in crescita rispetto al passato, ma ancora insufficiente secondo gli autori a garantire scelte terapeutiche sempre mirate.
Sul fronte della prescrizione, il 2,9% dei residenti riceveva un trattamento antimicrobico il giorno della rilevazione, quasi sempre a scopo terapeutico (88,1%) piuttosto che profilattico. Le classi più utilizzate sono i beta-lattamici (26,3%) e le cefalosporine di terza generazione (24,6%).
Applicando la classificazione AWaRe dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che distingue gli antibiotici in base al rischio di indurre resistenze, il quadro italiano mostra ancora ampi margini di miglioramento: appena il 32,8% delle prescrizioni rientra nella categoria Access — quella a spettro più ristretto e raccomandata come prima scelta — mentre il 65,2% appartiene alla categoria Watch, da riservare a condizioni cliniche specifiche.
Al di là dei dati clinici, il rapporto mette in luce un problema organizzativo: nel 41,8% delle strutture partecipanti non esiste alcuna forma di coordinamento — né interno né esterno — delle attività mediche. Una carenza che, secondo gli autori, può incidere sulla qualità e l'uniformità delle pratiche di prevenzione e sull'appropriatezza prescrittiva.
Anche gli strumenti di "antimicrobial stewardship" restano poco diffusi: solo il 6% delle RSA ha un comitato dedicato al controllo degli antibiotici, e appena il 19,1% dispone di un programma strutturato di sorveglianza dei consumi con feedback al personale.
Non mancano i segnali positivi. Il 98,5% delle strutture ha un protocollo scritto per l'igiene delle mani e il 96,4% per la gestione dei cateteri urinari. La disinfezione con soluzione idroalcolica è ormai il metodo prevalente (74,5% delle strutture, contro il 57,7% del 2017), a testimonianza di un cambiamento culturale consolidato dopo la pandemia.
Resta invece bassa la copertura vaccinale antinfluenzale tra gli operatori sanitari, ferma al 22,1% — un dato che stride con l'86,2% registrato per la vaccinazione anti-COVID e che gli esperti indicano come una delle priorità più immediate da affrontare.
Vi invitiamo a leggere il Rapporto completo disponibile QUI.
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